La verginità purissima di San Giuseppe alla luce della castità di Giuseppe.

Pubblicato: Ultima modifica: marzo 17, 2016

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La verginità purissima di San Giuseppe alla luce della castità di Giuseppe.
Parte II

P. Carlos Javier Werner Benjumea, EP

Tra le virtù più eminenti di Giuseppe, figlio di Giacobbe, spunta la purezza. Fin dalla sua giovinezza apprezzava i costumi onesti e come narrano le Scritture aborriva i temi licenziosi trattati dai suoi fratelli: “Giuseppe all'età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe riferì al loro padre i pettegolezzi sul loro conto” (Gen 37, 2).

 

In mezzo a vere e proprie peripezie, dopo essere stato venduto come schiavo dai fratelli, Giuseppe fu portato in Egitto, dove Putifar, capo della guardia del Faraone, lo comprò. Abitando nella casa del suo signore, Giuseppe conquistò la sua fiducia con la rettitudine dei suoi costumi, con la saggezza con cui amministrava i beni e con la benedizione di Dio che aleggiava su di lui, favorendolo in tutto. Tuttavia, una nube nera e sporca avrebbe modellato gli orizzonti di Giuseppe.

 

Il suo volto si distingueva per la bellezza e suscitò nella moglie del suo padrone sentimenti ignobili: “Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: "Unisciti a me” (Gen 39, 7). Il rifiuto del casto Giuseppe denota una rettitudine e un timor di Dio eroici: “Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?” (Gen 39, 8-9).

 

Di fronte a tanta purezza, il cuore della infedele, oscurato dalla virulenza delle passioni, non accettò i motivi presentati da Giuseppe, ma continuò a tentarlo ancora per molti giorni. In una data occasione, la donna indegna, sferzata dalle sue pessime intenzioni, agì in una forma violenta:

 

“Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c'era nessuno dei domestici. Essa lo afferrò per la veste, dicendo: Unisciti a me! Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì”. (Gen 39, 11-12) Vedendo frustrati i suoi tranelli, lei cominciò a concepire l’odio e la vendetta, spargendo la sordida calunnia: “Allora essa, vedendo ch'egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, chiamò i suoi domestici e disse loro: Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per scherzare con noi! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce” (Gen 39, 13-15).

 

La sorte di Giuseppe fu terribile. Putifar diede credito alle menzogne malevole e lo collocò in prigione: alla fedeltà nell’ora della tentazione seguì l’umida oscurità della cella. Come si vedrà, fin là la mano di Dio non lo avrebbe abbandonato, mostrandogli il suo favore in mezzo alla sfortuna. Alla fine, egli terminerà elevato alla carica di maggior fiducia del re d’Egitto.
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La virtù della castità rifulse in Giuseppe con una luce specialissima, degna di precedere la verginità purissima e virile di San Giuseppe, sposo di Maria e custode di Nostro Signore Gesù Cristo. Per qualche tempo e tra vari autori imperversò l'errore inoculato dagli apocrifi di Giacomo e Pietro, che attribuiscono a San Giuseppe la paternità diretta dei “fratelli” del Signore citati nei Vangeli. Tuttavia, la Tradizione della Chiesa proclamò poi a voce sempre più alta e universale la verginità di San Giuseppe. Il primo paladino di questa fu San Girolamo, che affrontò l’eretico Elvidio mostrando che la vera parentela con Cristo di tali “fratelli” consiste in una certa consanguineità di secondo o terzo grado, come del resto è oggi moneta corrente tra gli esegeti.

 

Seguono i suoi passi Sant’Agostino, Teodoreto, San Beda e San Ruperto, tra gli altri. Tuttavia San Pier Damiani lo afferma con la forza e il fulgore di uno squillo di tromba: “è fede della Chiesa che chi ha fatto le veci del padre sia stato pure lui vergine”[1]. San Tommaso si farà eco di questa vera tradizione[2] e apporterà una sublime ragione teologica: “Se il Signore [dall’alto della Croce] ha voluto assegnare al [discepolo] vergine la cura della Vergine, sua Madre, come avrebbe convissuto con il suo sposo, se egli non fosse stato sempre vergine?”[3]

 

Pertanto, possiamo credere in sintonia con la Chiesa, sposa immacolata e santa dell’Agnello divino, che San Giuseppe, onorato dagli uomini con il titolo di padre di Gesù Cristo, fu vergine durante tutta la sua vita, di una purezza esimia e unica nella Chiesa.

 

Se consideriamo la naturale inclinazione dell’uomo al matrimonio e alla preservazione della specie, se ricordiamo gli sforzi dei grandi santi per mantenere la loro castità, e se costatiamo quanti uomini si lasciano trascinare dalla veemenza delle passioni, guardando San Giuseppe ci riempie di ammirazione l’altissimo grado della sua purezza, della sua verginità integra, della sua carità e della sua contemplazione, tutte ardentissime, che gli hanno consentito di convivere con la sua giovane sposa senza sperimentare la minima suggestione carnale, tutto fatto per estasiarsi per la sua virtù consumata, la sua santità impari e la sua divina bellezza.

 

Da qui la terribile prova sperimentata da lui nel costatare la maternità di Maria. Probabilmente Lei stessa gli avrà rivelato l’annuncio dell’angelo, quantunque, su questo particolare, si dividano le opinioni dei teologi e degli specialisti. Il fatto sicuro è che di fronte ai segnali evidenti della gravidanza, egli, nella sua profonda umiltà, si considera indegno di partecipare a un mistero così alto e decide di ritirarsi in segreto.

 

Infatti, purezza e umiltà sono indissociabili. È impossibile mantenere la continenza del corpo se nell’anima regna la vanità e la presunzione. Così, incontriamo un ulteriore aspetto dell’anima di San Giuseppe: la tranquillità della modestia. Egli decide di ritirarsi, ma non senza prima riposare. In quella difficile situazione, con la lacerante separazione in vista – che avrebbe significato non poter più contemplare il luminosissimo sguardo di Maria! – l’uomo giusto decide di riposare. La Madonna capisce la sua difficoltà e prega per lui. Ed ecco che un angelo gli appare in sogno: “Giuseppe, Figlio di Davide, non avere paura di ricevere Maria come tua sposa, perché Lei ha concepito per azione dello Spirito Santo”.

 

Mons. João Scognamiglio così commenta questo episodio: “Diversamente da quello che lui pensava, era, sì, all’altezza della sua celestiale sposa, diventando uno dei primi a conoscere il mistero sacro dell’Incarnazione del Verbo”[4]. Quale non sarà stata l’intensa e temperante gioia di San Giuseppe quando si svegliò dopo una tale rivelazione? Poter non solo assistere, ma prendere parte attiva, imponendo il nome allo stesso Figlio di Dio. Bel premio della sua verginità purissima, come bene descrive a seguire Sant’Agostino:

Quando Luca riferisce che Cristo nacque dalla Vergine Maria e non dal contatto con Giuseppe, per quale motivo lo chiama Padre, se non per il fatto di essere, come intendiamo rettamente, sposo di Maria, non per l’unione carnale, ma per il patto coniugale? Per questo è certamente padre di Cristo molto più intimo, che se lo avesse solo adottato, proprio perché gli era nato dalla sua sposa[5].

 

Fare le veci di padre in terra dell’Uomo-Dio ed essere sposo della Regina degli Angeli... non avrebbe potuto avere maggiore dignità! Stare al fianco della sorgente di tutta la purezza e convivere con la mediatrice dei benefici portati al mondo con la Redenzione: è impossibile immaginare un dono più alto, un beneficio più nobile!

Infatti, non poteva essere altrimenti. La grandezza della vocazione di San Giuseppe, così chiamato alla maggiore intimità con Gesù e Maria, esigeva da parte sua una tale perfezione nella virtù, che non si può concepire in lui la minima leggerezza in materia di virtù. È per questo che lo stesso Mons. João solleva un’audace, bellissima e azzeccata idea: la sua preservazione dalla macchia e dalle cattive inclinazioni, frutti del peccato di Adamo ed Eva:

“Nel considerare, ammirati, la figura di San Giuseppe e l’elevazione inimmaginabile della sua vocazione — al punto che è impossibile pensarne un’altra più alta —, vediamo che lui sta così al di sopra della nostra condizione che lo giudichiamo nella medesima proporzione di Maria. È opportuno, allora chiederci, che sia egli stato concepito senza peccato originale? Finora il Magistero della Chiesa non ha affermato il contrario in maniera definitiva e per questo motivo si possono fare considerazioni teologiche favorevoli a tale ipotesi”[6].

 

Troviamo, quindi, due uomini casti elevati per la loro purezza alle più alte sfere della dignità. Giuseppe d’Egitto finisce per essere l’uomo più influente dell’enorme impero dei faraoni; San Giuseppe riceve in tutela i tesori più apprezzati da Dio Padre: suo Figlio incarnato e Maria Santissima!

 

Sia San Giuseppe il protettore vittorioso di coloro che lottano per mantenere i loro cuori liberi dalla sordida schiavitù dell’impurità, sia egli l’ausilio e l’intercessore di quelli che cadono e vogliono rialzarsi, abbia lui pietà e risvegli le coscienze di chi si abbandona tra le braccia soavi e crudeli delle gioie menzognere di una vita licenziosa.

 

Una cosa è sicura, in futuro la figura di San Giuseppe sarà considerata, sempre più, come il cavaliere glorioso della verginità, modello folgorante della castità maschile, rifugio efficace di tutti quelli che amano l’innocenza e combattono l’impurezza.

 

Nella prossima meditazione, considereremo la virtù della fiducia in San Giuseppe, sempre a partire dalla figura del suo precursore: Giuseppe d’Egitto.

 

[1] “Ecclesiae fides est, ut virgo fuerit et is qui simulatus est pater”. San Pier Damiani. Epistola VI ad Nicolaum. In PL 145, 384.

[2] San Tommaso non solo afferma la verginità perpetua di San Giuseppe, ma rigetta come una dottrina che la Chiesa non sostiene e considera falsa, quella che gli attribuisce figli da un altro matrimonio precedente a quello contratto con Maria Santissima. Cfr. Comm. in Io., c. 2, l. 2, 1; Ad Gal., c. 1, l. 5.

[3] “Si Dominus Matrem Virginem noluit nisi virgini commendare custodiendam, quomodo sustinuisset sponsus eius, virginem non fuisse, et sic persistisse”. San Tommaso d’Aquino. Ad Gal., c. 1, l. 5.

[4] Scognamiglio Clá Dias, João. L’inedito sui Vangeli. Vol. VII, p. 41

[5] Sant’Agostino. De consenso Evangelistarum, 1. 2, n. 3. In PL 34, 1072. Traduzione nostra.

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