Conoscere per santificare e santificarsi

Pubblicato: Ultima modifica: febbraio 16, 2016

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Sant’Alberto Magno

Conoscere per santificare e santificarsi

Coordinando tutte le scienze e dando a ognuna il suo debito valore, Sant’Alberto ascende ammirevolmente dagli esseri inanimati ai viventi, dai viventi alle creature spirituali, dagli spiriti a Dio.

Suor Carmela Werner Ferreira, EP


Correva l’anno 1223. Nei paesi del Nord Italia si annunciava da bocca a orecchio l’arrivo di un frate, celebre per le sue parole e opere, che percorreva la regione per istruire il popolo nei misteri del Regno dei Cieli. Affascinate dalla sua fama di santità, le folle si accalcavano nelle chiese per ascoltarlo.

 

Infatti, parlando dal pulpito, i suoi ammonimenti scuotevano i fedeli, lasciando in loro un’impressione profonda, un richiamo irresistibile ad abbracciare la pratica della virtù. Il suo nome era Giordano di Sassonia, Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori e successore immediato di San Domenico di Guzman.

 

Quando egli insegnava, pareva un ambasciatore divino. Sulle sue labbra i temi dottinali più intricati diventavano chiari, accessibili e luminosi, cui si sommava un notevole dono di attrazione capace di muovere chi ascoltava ad abbandonare per sempre il peccato. Erano giorni di forte espansione dell’Ordine, che gettava le sue radici, e “il fascino di San Domenico si era trasferito ai suoi figli, senza perdere l’intensità e l’ardore”.

 

A una di queste affollate prediche assisteva, attento alle esortazioni del sacerdote, un giovane proveniente dalla Baviera. Si trovava nella Penisola per studiare filosofia e arti liberali, nella rinomata Università di Padova.

 

Tuttavia, fino ad allora non aveva mai conosciuto nessuno con le qualità morali del Beato Giordano, tedesco come lui.

Ascoltandolo sentì risvegliare dentro di sé il desiderio di far parte della nuova milizia spirituale di cui lui era superiore e abbracciare lo stesso carisma che animava numerosi religiosi già presenti in vari paesi della Cristianità. Poco tempo prima la Madonna gli era apparsa, invitandolo ad abbandonare il mondo, e ora qualcosa indicava che questo era il prossimo passo da essere fatto.

 

Il nome di questo bavarese di poco più di 20 anni era Alberto, il quale sarebbe passato alla Storia col soprannome di Magno.

 

“Sì” incondizionato alla vocazione domenicana

 

Nato nella piccola Lauingen, in una data che le pergamene dell’epoca non riuscirono a registrare, Sant’Alberto Magno rimase orfano ancora bambino e la sua educazione venne affidata alle cure di uno zio. Ebbe come lascito dai suoi genitori, i signori di Bollstädt, le qualità proprie del nobile lignaggio: carattere magnanimo, intelligenza penetrante, discernimento di orizzonti e disposizione a consegnarsi a un ideale più elevato. Queste inclinazioni naturali sarebbero state perfezionate dalla grazia nell’anima di Alberto, che nel futuro avrebbe posto a servizio della Chiesa.

 

Poco si sa della sua infanzia e adolescenza, tuttavia è certo che fece la professione religiosa intorno ai 26 anni, dopo aver già concluso gli studi profani ed essendo in procinto di iniziare quelli ecclesiastici. Per questo dovette affrontare l’opposizione dichiarata dello zio, il quale si rifiutò di accettare la sua ammissione in un istituto mendicante.

 

I piani della Provvidenza, tuttavia, prevalsero, poiché quel giovane di robusta costituzione mostrava segni di essere tagliato per vivere la spiritualità dei frati predicatori: possedeva un’attitudine sorprendente per questioni filosofiche, teologiche e per le scienze naturali, abituato fin da bambino a interrogare i perché della creazione, come lui stesso confessò: “Io ero già avanzato nella scienza quando, obbedendo alla decisione della Beata Vergine e all’ispirazione dello Spirito Santo, sono entrato nell’Ordine”.

 

Perscrutare l’ordine dell’universo per incontrarvi Dio

 

Conclusi gli studi teologici all’Università di Bologna, Sant’Alberto fu inviato a Colonia, nel 1228, per esercitare il magistero insieme ai suoi fratelli d’abito. Molto era stato detto circa la sua attitudine per l’insegnamento, ma gli studenti non tardarono a comprovare anche altre qualità del maestro, in particolare la sua magnifica comprensione dell’ordine costituito da Dio nell’universo, caratterizzata da una weltanschauung — visione del mondo — comprensiva, attenta alle più svariate ricchezze degli esseri inanimati e animati, nei quali cercava di discernere riflessi della perfezione del Creatore.

 

Questa tendenza lo portò ad approfondire vari campi del sapere scientifico, impiegando il tempo libero nell’osservazione diretta degli elementi della natura. Tale ricerca, mossa da una propensione religiosa, diede origine a varie sue opere scritte, tra le quali interessanti trattati dedicati alla cosmografia, meteorologia, climatologia, fisica, meccanica, architettura, chimica, mineralogia, antropologia, zoologia, botanica e astrologia, essendo quest’ultima un’area che lo incantava.

 

Già in vita il Santo diventò noto come il Dottore Universale, “perché non solo si elevò alla speculazione teologica e filosofica, ma anche gli toccò di illustrare la scienza umana. [...] Alberto Magno, con un proposito d’animo costante, da vero dottore cattolico, non si fissava sulla contemplazione di questo mondo visibile, come succede con frequenza ai moderni investigatori dei fenomeni naturali, ma si estendeva fino alle cose spirituali e soprannaturali, coordinando e subordinando tutta la scienza, secondo la dignità dei rispettivi soggetti, ascendendo mirabilmente dagli esseri inanimati ai viventi, dai viventi alle creature spirituali, dagli spiriti a Dio”.

 

Esponente della scolastica medievale

 

Fu nel campo dottrinale, tuttavia, che Sant’Alberto Magno realizzò la pienezza della sua vocazione, come filosofo e teologo dedito allo studio, alla docenza e alla predicazione.

 

Il XIII secolo fu caratterizzato da un entusiastico interesse per le questioni teologiche. Questa tendenza spiega in buona parte il grande distacco raggiunto dalla scuola domenicana, che in poco tempo passò a dettare la direzione dell‘Università di Parigi. Durante i cinquant’anni della sua vita dedicati all’insegnamento, il Dottore Universale agì in questo importante scenario, fulcro della scolastica dell’epoca, imprimendole una nota di santità che influenzò i suoi successori.

 

Docile alle decisioni dei superiori religiosi, partiva in viaggio verso le principali università europee, la maggior parte delle volte per realizzare missioni di grande levatura. Diversi episodi potrebbero essere evidenziati, specialmente quelli accaduti nei due anni dedicati all’insegnamento a Parigi a fianco di un distinto discepolo: San Tommaso d’Aquino.

 

Il successo di tale coppia non avrebbe potuto non lasciare il segno negli annali della Sorbona, i cui locali erano insufficienti a contenere il pubblico desideroso di ascoltarla. La Piazza Maubert — Maître Albert —, situata nel centro di Parigi, perpetua ancor oggi la memoria del Santo nello stesso luogo dove migliaia di studenti e fedeli si riunivano per vederlo e ascoltarlo.

 

Collocando Aristotele al centro del dibattito filosofico

 

Gli anni di attività a Colonia e Parigi servirono anche come occasione affinché Sant’Alberto ci trasmettesse il suo maggiore lascito filosofico: l’inclusione dell’opera di Aristotele nel panorama del pensiero cattolico occidentale.

 

Fino ad allora alcuni pensatori cristiani avevano cercato di interpretare le meraviglie del creato come ordinate alle realtà della Fede, e in questo sforzo ottennero relativi progressi essendo guidati da filosofi dell’antichità.

 

Tuttavia, questi tentativi in realtà era solo abbozzi, che esponevano con maggiore o minore successo frammenti di questioni molto più ampie, di carattere speculativo-metafisico, che ancora non erano state affrontate.

 

Ora, Sant’Alberto Magno intuì il problema con lucidità, e cercava un maestro che offrisse un sistema ordinato a partire dal quale fosse possibile sviluppare lo studio della teologia su basi solide. Proprio in quegli anni erano venuti alla luce importanti testi dei greci, seppure interpretati da filosofi arabi, i quali richiamarono l’attenzione del Santo verso il prezioso contributo aristotelico. Sorpreso di imbattersi in spiegazioni che godevano della chiarezza necessaria per rafforzare l’armonia del dogma cristiano con la retta ragione umana, egli non tardò a concludere: era ora di scoprire nell’autentica opera dello Stagirita tutto quanto in essa ci fosse di meritevole.

 

A mano a mano che Sant’Alberto Magno collaborò per concentrare il fuoco delle attenzioni su quest’obiettivo, si assistette alla fioritura della scolastica medievale. Era il punto d’appoggio che mancava affinché degli uomini di solide convinzioni religiose erigessero la cattedrale del pensiero filosofico cristiano! “Alberto Magno fu il primo che si avventurò per questo cammino difficile con piena coscienza del suo successo e dell’immenso lavoro che questo avrebbe implicato”.

 

L’audace meta ebbe, tra l’altro, una felice conseguenza: preparò il terreno perché entrasse in scena San Tommaso d’Aquino, il principe della sacra doctrina.

 

Maestro del Dottor Angelico

 

Il Capitolo dell’Ordine dei Predicatori del 1244 si realizzò a Colonia, dove Sant’Alberto Magno esercitava la carica di superiore provinciale. Il maestro generale vi si diresse non soltanto per la riunione, ma anche per portare al convento di questa città un novizio di Napoli: Tommaso d’Aquino, giovane membro della nobiltà che era entrato in quei giorni nella famiglia domenicana.

 

Le circostanze avverse che segnarono i primi passi della vita religiosa del Dottor Angelico motivarono la decisione dei superiori di condurlo lontano, dove i genitori non potessero opporre nuovi ostacoli al compimento della sua vocazione. Era necessario che un tutore con qualità proporzionali a quelle del futuro Dottore della Chiesa lo assistesse, per aiutarlo nello sviluppo del suo talento.

 

Si racconta che San Tommaso pregava, dal periodo della sua prigionia, per poter conoscere un giorno Sant’Alberto: per un considerevole periodo di tempo vissero nello stesso convento. Tra i due si stabilì fin dall’inizio un’intima unione nella scienza e nella virtù, fatto che offrì alla comunità un vero spettacolo: contemplavano un’immagine di quella che dev’essere la convivenza tra i Beati nell’eternità.

 

Stupefatto nel veder fiorire sotto il suo orientamento il più grande teologo di tutti i tempi, Sant’Alberto primeggiava nel riconoscere la superiorità dell’alunno, come mette in evidenza un biografo: “egli si spinge fino al punto di dimenticare del tutto il valore e il merito del proprio lavoro quando esalta il Dottor Angelico, come se questi avesse scoperto tutta la verità e risolto tutti i problemi”.

 

La morte prematura dell’Aquinate, decenni più tardi, lo rattristò profondamente, al punto da non poter più pronunciare il suo nome senza commuoversi. Sant’Alberto Magno è stato annoverato tra i primi ad intravvedere il futuro che lo aspettava e glorificarono Dio per aver operato i suoi prodigi in quest’anima di elezione.

 

Superiore provinciale e Vescovo di Regensburg

 

Così come non si accende un lume perché rimanga nascosto, ma perché sia collocato in alto per illuminare, anche le luci con cui Dio favorì questo giusto non sarebbero potute rimanere confinate al ristretto ambito universitario. I confratelli di Sant’Alberto lo elessero provinciale della Germania per due mandati, e Papa Alessandro IV lo designò come Vescovo di Regensburg, dove problemi disciplinari e dottrinali reclamavano la presenza di un’anima eletta per sanarli.

 

Fedele all’obbedienza, egli abbracciò tutti gli incarichi ricevuti, avvalendosi della sua autorità morale per estirpare l’errore, attuare l’ordine e far fiorire la virtù. Senza dubbio, dopo tre anni a fronte della diocesi egli chiese al Santo Padre di ritornare alla vita conventuale, temendo di non compiere interamente la propria vocazione religiosa. Il Pontefice accettò.

 

Occorre ancora una parola a proposito delle lotte di Sant’Alberto contro i nemici dottrinali della Chiesa in quelle circostanze, installati dentro e fuori le sue mura. Disposto ad avvalersi del suo arsenale dottrinale per proteggere la fede del suo gregge, il Santo si scontrò diverse volte con i detrattori dell’ortodossia, “sempre con piena cognizione di causa e grande superiorità di spirito”. Per definirli, egli impiega un’immagine espressiva: “Gli eretici assomigliano alle volpi di Sansone: come questi animali, tutte loro hanno teste differenti, però sono sempre legate insieme per la coda, ossia, sono sempre unite quando si tratta di opporsi alla verità”.

 

Ultima prova e morte edificante

 

Oltre a essere assistito dal dono di scienza, Sant’Alberto Magno possedeva una grande umiltà: “Dal momento che da soli siamo incapaci di qualsiasi cosa, soprattutto di fare il bene, e che siamo in grado di offrire a Dio solo ciò che già Gli appartiene, dobbiamo sempre pregare come Lui ci ha insegnato con le sue labbra benedette e attraverso il suo stesso esempio, consapevoli che siamo persone colpevoli, povere, malate, bisognose, come bambini e come coloro che non hanno fiducia in se stessi. Dovremmo aprirci con Lui sui pericoli che ci circondano da tutte le parti con umiltà, timore e amore, con integrità di cuore e intera fiducia. Allora potremmo riposare e confidare in Lui fino alla fine”.

 

Alla fine della vita il Santo preferì l’isolamento del chiostro, per meglio prepararsi all’incontro con Dio. Due anni prima della morte perse completamente la memoria, sebbene avesse conservato tutta la compostezza propria a uno avanzato in virtù.

 

Una volta, le suore di un convento domenicano gli chiesero di raccontare loro qualcosa di edificante, ed egli rispose: “Quando uno soffre, molte volte immagina che la sua vita sia inutile agli occhi di Dio. Ma quando è incapace di formulare preghiere o di compiere opere di bene, le sue sofferenze e desideri lo pongono faccia a faccia con la divinità, molto più di mille altre persone che godono di buona salute”. Questo consiglio getta luci sulle sue disposizioni di spirito dinanzi alla morte, quando tutta la conoscenza accumulata nel corso degli oltre 80 anni svanirono, e lo sguardo posto nell’eternità sostituì tutte le antiche aspirazioni.

 

Il giorno 15 novembre 1280, Sant’Alberto Magno spirò nel convento di Colonia, lasciando ai domenicani e alla Chiesa universale un esempio sublime di acquisizione della conoscenza per santificarsi e santificare gli altri. Come lui aveva insegnato, “la forza d’animo deve esser impiegata al fine di raggiungere la perfezione dell’amore”. Infatti, ogni sapienza umana si sottomette alla carità, la

 


PUCCETTI, OP, Angiolo. Sant’Alberto Magno. Profilo biografico. Roma: Collegio Angelico, 1932, p.14.

SANT’ALBERTO MAGNO. Discorso, apud SIGHART, Joachim. Albert the Great, of the Order of Friar-preachers. Londres: Paternoster Row, 1876, p.37, nota 1.

PIO XI. Decreto di canonizzazione e dichiarazione di Sant’Alberto Magno come Dottore della Chiesa, 16/12/1931.

SIGHART, op. cit., p.104.

Idem, p.370.

Idem, p.44.

SANT’ALBERTO MAGNO, apud SIGHART, op. cit., p.248.

Idem, p.404.

Idem, p.347.

Idem, p.191.

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